Fondazione Maeght, una storia di arte, architettura e jazz

Una galleria d'arte moderna e contemporanea nel paesaggio della Provenza: è l'ultima architettura scelta da Louis Vuitton per la prossima sfilata Cruise 2019.

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Confermando il suo interesse per la grande architettura, Louis Vuitton fa sfilare la Cruise 2019 alla Fondazione Maeght a Saint-Paul de Vence, nel sud della Francia. Per intenderci, una delle più importanti gallerie d’arte moderna e contemporanea in Europa, mecca provenzale per gli appassionati d’arte del XX secolo.

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La Fondation Marguerite et Aimé Maeght, infatti, oltre a vantare una collezione permanente con opere di Georges Braque, Marc Chagall, Alberto Giacometti e Jean Mirò, è anche un capolavoro del modernismo architettonico progettato negli anni ‘50 dal catalano Josep Lluís Sert su commissione degli illustri coniugi Marguerite e Aimé Maeght.

La scelta di Louis Vuitton è quindi in linea con le precedenti: dopo le sfarzose scenografie del Bob & Dolores Hope Estate a Palm Springs, del Mac Niteroi in Brasile e del Museo Miho in Giappone, la sfilata del prossimo 28 maggio 2018 si annuncia davvero magica.

Proprio come quella notte del 1964, quando la Fondazione Marguerite e Aimé Maeght fu inaugurata e a cantare nel parco c’era… Aspettate: questa storia è meglio raccontarla dal principio.

Photo courtesy: Louis Vuitton
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Saint-Paul-de-Vence è un piccolo centro con meno di 4 mila abitanti nel dipartimento delle Alpi Marittime, a neanche 40 minuti di auto da Nizza. Spesso, anche per merito della Fondation Maeght, è inserito tra i borghi da visitare durante un viaggio in Costa Azzurra e in Provenza.

Durante la seconda guerra mondiale, il sud della Francia è dichiarato “zona libera” dall’occupazione nazista. È qui che si rifugiano artisti e intellettuali, e anche i coniugi Aimé e Marguerite Maeght. Lui a quel tempo è un semplice litografo, lavoro che è riuscito a ottenere in quanto orfano di guerra. Però è molto appassionato di poesia, jazz e pittura, e nel retro del suo primo studio di grafica ha già aperto una piccola galleria con cui ha conosciuto Pierre Bonnard e Henry Matisse.

A guerra finita, Maeght si convince che i tempi sono maturi: così inaugura a Parigi la galleria di rue Teheran. Non sbaglia: oltre a Bonnard e Matisse inizia a esporre nomi come Braque, Chagall, Miró, Léger, Calder. Lo stesso giro di artisti che in Provenza bazzicava l’albergo Colombe d’or.

Otto anni dopo - è il 1953 - la coppia viene colpita da una tragedia personale, la morte per leucemia del figlio Bernard di soli 11 anni. Ecco perché i coniugi Maeght riparano di nuovo a St. Paul de Vence. A consolarli molti amici artisti, tra cui il pittore e scultore Georges Braque.

Nelle parole di Aimé Maeght: "Mi raggiunse a St. Paul, un mese dopo la morte del mio bambino, ero profondamente disperato. Mi disse: ‘dal momento che sei così ansioso di fare qualcosa che vada oltre il commercio delle opere, fai qualcosa qui, qualcosa senza scopo speculativo, che permetta a noi artisti di esporre scultura e pittura nelle migliori condizioni possibili di luce e spazio. Fallo, ti aiuterò” (Véronique Bouruet-Aubertot, sul n°623 della rivista Connaissance des Arts, aprile 2014).

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Così i Maeght si decidono. E dopo un viaggio negli Stati Uniti per visitare le grandi fondazioni (Barnes, Phillips, Guggenheim), incaricano del progetto l’architetto e urbanista catalano Josep Lluís Sert.

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Sert, classe 1902, a quel tempo ha già lavorato con Le Corbusier e sviluppato dagli anni 30 uno stile personale, con influenze tra il Bauhaus e Gaudì, razionalista ma anche fresco e mediterraneo. Protagonisti dei suoi progetti il bianco e un abbondante uso della luce. Quando Maeght gli propone il lavoro per la nuova galleria privata, Sert ha lasciato da 15 anni la Spagna franchista alla volta degli USA ed è stato da poco messo a capo della Graduate School of Design dell'Università di Harvard, ruolo ricoperto prima di lui - niente poco di meno che - da Walter Gropius.

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Aimé chiede a Sert di non realizzare un museo, bensì un luogo dove i suoi amici artisti e intellettuali possano sì esporre, ma anche venire a lavorare e scambiarsi idee. Sert collabora quindi con i grandi pittori e scultori, e la loro visione avrà grande influenza sul progetto: il risultato è un razionalismo non brutalista, anzi, dal calore umanista e meridionale.

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Oggi, i 200 mila visitatori annuali della Fondazione Maeght, entrano attraversando il “Giardino di sculture”: un’oasi di verde disseminata di opere come le ceramiche di Fernand Léger, la fontana di Pol Bury, la scultura monumentale di Alexander Calder, e tante altre.

Imprescindibile il Labirinto di Joan Mirò della Fondazione Maeght: ricco di ceramiche e bronzi che conducono verso l’interno attraverso figure come un uovo, una lucertola, una forchetta.

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L’edificio è pienamente integrato nella natura circostante: è stato detto che i tetti impluvi “evocano a volte un disco solare, a volte le corna di un toro”. Ad ogni modo, il complesso architettonico è organizzato come un piccolo villaggio: la “Corte Giacometti”, una piccola agorà, prende il nome dallo scultore de l’Homme qui marche; sul muro esterno della libreria, troviamo invece il mosaico di Chagall Les Amoureux; nella cappella St. Bernard, le vetrate di Braque e Ubac; in un patio interno, la piscina-mosaico con Les poissons di George Braque.

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La Fondazione Maeght ospita oggi 10.000 opere, tra cui 62 sculture di Alberto Giacometti, 150 di Jean Miró, e La vie, il più grande dipinto del mondo di Marc Chagall. Sert è riuscito a offrire al pubblico infinite possibilità di circolazione in 850 metri quadrati di superficie, ideando attraversamenti inediti e senza ripetere mai gli ambienti. La luce naturale è soffusa e indiretta, e sfrutta perfettamente il percorso del sole da est a ovest.

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Quella notte dell’inaugurazione, il 28 luglio 1964, si racconta essere stata perfetta: Yves Montand cantò su un testo scritto da Prévert, ma ad ammaliare gli ospiti c’era anche la dea del jazz Ella Fritzgerald. L’allora Segretario di Stato per la Cultura, lo scrittore André Malraux, tagliò il nastro con un discorso memorabile. E in tutta quella eleganza, “Albertò (Giacometti) non voleva neanche cambiarsi giacca, sempre trasandato, con la cicca accesa ad un lato della bocca”, come raccontò Francesca Giuliani su Repubblica.

Quella magica notte la Fondazione Maeght diventava ufficialmente una delle gallerie d’arte moderna e contemporanea più importanti al mondo, e Marguerite e Aimé Maeght, venivano consacrati nell’Olimpo dei grandi mecenati di tutti i tempi.

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