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Genova ricorda Aldo Rossi

Il teatro e la città, la lectio magistralis di Paolo Portoghesi in scena al Carlo Felice

carlo felice-rossi
Rocco Scuzzarella

Il teatro Carlo Felice di Genova dove, il 2 febbraio, si è tenuta la lectio magistralis di Paolo Portoghesi in onore di Aldo Rossi

Un omaggio ad Aldo Rossi e alla sua memoria. È nato così, a venti anni dalla sua morte, l'evento Genova ricorda Aldo Rossi, ideato e curato da Carmen Andriani, organizzato dal Dipartimento Architettura e Design della Università di Genova insieme alla Fondazione del Teatro Carlo Felice.

Andata in scena lo scorso 2 febbraio sul palco del teatro proprio da Rossi progettato, la manifestazione ha visto succedersi, nell'ordine, una memorabile lectio magistralis di Paolo Portoghesi, dal titolo Il teatro e la città, e un concerto di musica sinfonica.

Per la platea, gremita di studenti, architetti, professori, cittadini, è stata un'occasione unica per ascoltare la storia di un maestro, raccontata da un altro maestro, e ripercorrere, con gli occhi di chi è stato testimone diretto, una vicenda, non solo professionale, che ha segnato l'architettura italiana della fine del Novecento intrecciando la teoria con la pratica, la militanza con la spiritualità, l'ossessione con il rigore.

Tutto in una città – Genova – che da qualunque punto la si guardi, con i suoi edifici sovrapposti e gli accostamenti paratattici, sembra il collage della Città analoga disegnata da Rossi nel 1976, con gli spettatori in veste di attori all'interno di quel limbo sospeso tra dentro e fuori, platea e piazza, architettura e città, realtà e finzione, che è appunto l'interno del Carlo Felice, sotto un soffitto che - come ha fatto notare Portoghesi - ora è bianco ma che all'inaugurazione, nell’ottobre del 1991, era troppo verde e troppo poco azzurro per ricordare il cielo stellato immaginato dal gruppo di progettazione che comprendeva anche Ignazio Gardella, Fabio Reinhart e Angelo Sibilla.


Al centro del palcoscenico, insieme a Paolo Portoghesi impeccabile nella sua autorevole teatralità, protagoniste della lecture sono state, più che le immagini dei progetti, le parole di Aldo Rossi, quelle che lui usava in “maniera sottile e anche inquietante”, scelte con oculatezza da brani dell'Autobiografia scientifica, il libro pubblicato nel 1981 a quindici anni di distanza dal saggio L’architettura della città, e da I quaderni azzurri, i piccoli taccuini di appunti stesi in chiave di diario architettonico. Tra queste: la parola teatro, luogo della calda vita, delle voci ma anche del silenzio. Quel silenzio quasi religioso sopra il quale, nel buio della platea, si è levata leggera la voce pacata di Paolo Portoghesi che proprio la parola teatro ha usato come filo rosso per raccontare i progetti dell’amico e collega scomparso prematuramente a 66 anni.

Sì, perché c'è un intreccio tra vita, teatro e città intesa come palcoscenico delle vicende umane, “carica dei sentimenti di intere generazioni, di eventi pubblici, di tragedie private, di fatti nuovi ed antichi”. E se l'architettura per Rossi era la scena fissa (e anche fredda) dove si compie l'azione è evidente quanto forte fosse per lui l'analogia tra questa e il teatro. Che, nella sua immaginazione, aveva diverse aggettivazioni: teatro della vita, teatro dell'infanzia, teatro della felicità, teatro della storia, teatro dell'impossibile, teatro della morte.

Così, quasi invocati dal potere delle parole, si sono avvicendati sulla scena, come personaggi veri e propri, i tanti edifici-teatro di Aldo Rossi: la Scuola di Fagnano Olona, immortalata in una celebre fotografia che ritrae la scolaresca sulla scalinata dove è immediatamente chiaro come sia l'ordine dell'architettura a sottintendere il disordine della quotidianità; la casa dello studente a Chieti dove il movimento è sempre pensato insieme all'arresto; il Palazzo della Regione a Trieste, città parallela e inestricabile più forte dell'architettura stessa; la casa nel bosco, aerea e sospesa tra i rami degli alberi, memoria delle case fluviali sul Ticino e sul Po; le abitazioni realizzate a Berlino, tributo all'ars analogica; il cimitero di Modena in cui il recupero dell'iconologia del Monumento alla resistenza di Cuneo si invera nelle forme del recinto, del cubo, della ciminiera, dello scheletro.

Poi, verso il finale, è la stata la volta dei teatri veri e propri, se così si può dire: Il Teatrino scientifico, figlio del Teatro anatomico di Padova; Il Teatro del Mondo, architettura itinerante e fluttuante, che era anche faro e monumento, inaugurato a Venezia nel 1979 e voluto proprio da Paolo Portoghesi; il Teatro Carlo Felice, protagonista di un'agguerrita vicenda concorsuale, che all'epoca spaccò in due il mondo della critica d'architettura e che oggi, con la sua torre scenica fuori scala, è diventato parte integrante dell'identità della città.

In chiusura, con un colpo di teatro da vero maestro, Paolo Portoghesi ha letto un toccante passo di Sant'Agostino, ripreso in uno scritto dallo stesso Rossi, che è risuonato come un estremo saluto: "Signore Dio, poiché tutto ci hai fornito, donaci la pace, la pace del riposo, la pace del sabato, la pace senza tramonto. Tutta questa stupenda armonia di cose assai buone, una volta colmata la sua misura, è destinata a passare. Esse ebbero un mattino e una sera".


di Alessandro Valenti / 6 Febbraio 2018

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