Gli occhiali da vista più famosi del design, illustrati

Da Rossana Orlandi a Le Corbusier, passando per Steve Jobs e Karim Rashid: quando gli occhiali da vista diventano una dichiarazione di stile

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Non solo necessario strumento di visione ma accessorio di stile come nessun altro, giacché troneggiano proprio in mezzo al viso, gli occhiali da vista e da sole dicono molto più di quanto si pensi della personalità di chi li indossa.

Nonostante sia un accessorio che solo dagli anni Venti ha acquistato la forma attuale e una diffusione non più limitata all’alta borghesia, la sua storia è antica e si estende a tutte le latitudini, basti pensare allo smeraldo attraverso cui Nerone guardava le sue amate lotte tra gladiatori oppure alle ossa di tricheco dotate di fessura che gli Inuit usavano per proteggersi dal riverbero del sole.

Al di là delle mode del momento, che inevitabilmente variano di periodo in periodo, scegliere un paio di occhiali è qualcosa di strettamente personale, che può rendere molto più interessante l’aspetto di chi li indossa, alleggerendo alcuni difetti oppure esaltandone altri, risultando quasi invisibili oppure estremamente vistosi: dalle montature in titanio dal peso inferiore ai due grammi, con lenti organiche ultra leggere, fino ai modelli più spessi ed imponenti, ogni caratteristica è indicativa dell’indole e dello stile di chi li porta.

E se questo vale di norma per tutti, a maggior ragione avrà valore per gli occhiali appartenenti a rinomate personalità dell’arte e del design, di cui a seguire troverete alcuni esempi, accompagnati dalle illustrazioni realizzate per noi con la tecnica del papercraft dagli studenti dello IED di Firenze, Master in graphic Design e corso triennale in Comunicazione Pubblicitaria, e da uno storytelling del workshop girato dagli studenti del corso triennale in Comunicazione Pubblicitaria, coordinati da Cosimo Lorenzo Pancini.

Storytelling del workshop realizzato da Mauro Peluso, Manuel Alvaro e Ilaria Giannoni

In apertura: 18 Illustrazioni realizzate per noi con la tecnica del papercraft dagli studenti dello IED di Firenze, master in graphic design e corso triennale in comunicazione pubblicitaria.

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A sinistra l'interpretazione di Aliaksandra Yermakova, a destra quella di Mattia Novia

Non ha mai saputo chi abbia rubato il prototipo dei suoi famosi occhiali, esposto in una vetrinetta, ma su proposta di Jacques Durand ha comunque deciso di metterli in produzione per il Salone del Mobile 2015, dal momento che erano in molti a fermarla per chiederle dove li avesse acquistati: Rossana Orlandi, diplomata all’Istituto Marangoni prima di dedicarsi a lungo ai filati per Armani, Kenzo e Issey Miyake, oltre che per la propria linea di maglieria, nel 2002 ha trasformato una fabbrica di cravatte dismessa in via Bandello 14, a Milano, in un paradiso per collezionisti e appassionati di design, con accluso ristorante e pergolato di vite. Fedele da anni allo stesso modello di occhiali da vista, di chiara derivazione anni Settanta, bianchi e rotondi con lenti fumé, che creano il giusto contrappeso alla sua figura esile e minuta, quasi sempre in ballerine e capelli lisci raccolti, la Orlandi ha fatto di quest’accessorio un elemento identificativo e riconoscibile, che per ricerca di originalità pur nell’assoluta semplicità della forma costituisce una vera e propria dichiarazione di stile.

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Silvia Brogi

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Varuna Parameshwar Iyer

Pop e pratici, invece, gli occhiali scelti da Giulio Iacchetti, che da circa un quarto di secolo si occupa principalmente di industrial design. Vincitore di due premi Compasso d’Oro, per le posate Moscardino, realizzate per Pandora Design, e per la collezione di chiusini e caditoie per Montini, Sfera, estende anche alla scelta degli occhiali la medesima propensione professionale alla commistione di funzionalità ed estetica: di colori diversi ma di modello pressoché identico, e molto diffuso, sono adattabili, versatili e comodi.

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A sinistra: Davide Elisabeth Tierie. A destra: Ilaria Giannoni e Omar Al Shaya

Nessuna come lei ha fatto degli occhiali un elemento di stile così identitario: Iris Apfel, vera e propria fashion icon dei nostri tempi, nata 95 anni fa nel Queens da madre russa e padre americano, dopo aver fondato nel 1950, con il defunto marito Carl, la Old World Weavers, azienda tessile che avrebbe arredato la Casa Bianca fino al 1992, per ben nove presidenze, ha sdoganato lo stile over 50 diventando modella per il blog Advanced Style e per &Other Stories nonché protagonista di un documentario di Albert Maysles.

I suoi occhiali, tutti differenti e diversamente decorati ma tutti rotondi ed enormi, insieme ai maxi gioielli etnici e all’immancabile rossetto rosso, contribuiscono a renderla eccentrica e iconica al tempo stesso, aggiungendo un ulteriore tocco di ironia al suo stravagante e riconoscibilissimo stile (che potremmo sintetizzare con una frase che è solita ripetere: «Non ho nessuna regola, anche perché le infrangerei tutte»).

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A sinistra: Danqi Zhu. A destra: Francesca Ruggeri

Minimali, leggerissimi, piccoli e tondi con montatura a giorno: gli occhiali di Steve Jobs non potrebbero riflettere maggiormente lo stile Apple. Jobs che, partendo da un garage, è diventato uno degli imprenditori più potenti del globo e ha rivoluzionato, ancor più di artisti e stilisti, l’estetica tra la fine del Novecento e i primi anni Duemila con la produzione di oggetti in cui l’eccellenza tecnologica non prescinde mai dalla cura della forma e del design. Dalla gioventù mezza hippie, alle bretelle e papillon degli anni Ottanta fino alle ultime apparizioni pubbliche che lo vedono rigorosamente in lupetto nero, jeans e scarpe da tennis, è notevole la progressiva ricerca di essenzialità, al limite del monacale, in parte simile a quella seguita dai prodotti della sua azienda, che man mano hanno guadagnato in minimalismo ed eleganza.

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George Katticaran Antony

Le creazioni di Karim Rashid hanno spesso colori molto accesi, linee sinuose ma ordinate, estremamente pop ma a loro modo rigorose, tanto da aver procurato al suo stile l’appellativo di “Sensuous Minimalism”.

“Popstar del design”, “poeta della plastica”, sono molti gli appellativi guadagnati da questo designer angloegiziano cresciuto in Canada e tutti rimandano all’eclettismo “facile” che costituisce la peculiarità più evidente della sua estetica. Si può facilmente dire lo stesso degli occhiali che indossa, dalla forma rettangolare senza essere squadrata e dalle aste larghe quanto la lente, bianchi o trasparenti ma di sicuro mai neri: dall’apertura del suo primo studio di design, nel 1993, ha bandito definitivamente l’utilizzo del colore nero e ha dichiarato guerra ad ogni forma di conformismo.

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A sinistra: Azzurra Giuntini. A destra: Eleonora Mazzucchelli

È stata Lidewij Edelkoort a dichiarare apertamente nel suo Anti_Fashion manifesto che la moda è morta. E detto da una delle più rinomate forecaster al mondo, a capo della Trend Union che da anni fiuta le tendenze del futuro e le comunica tramite preziosissime consulenze (nonché pubblicazioni e mostre) a clienti di ogni ambito produttivo, vien proprio da crederci. Se infatti le norme del marketing contemporaneo spengono ogni creatività, la gran parte delle manifatture è realizzata nei Paesi del Terzo Mondo sfruttando una manodopera al limite della schiavitù e instillando la sensazione che la moda sia usa e getta, ed anche le sfilate stanno ormai perdendo l’allure di veri e propri show, non rimane che ripartire dalla qualità degli abiti e dei processi produttivi.

Il suo stesso stile, estremamente classico, minimale ma accurato, esattamente come gli occhiali neri che sceglie, di foggia talmente classica da essere “intramontabili”, dà l’idea di volersi chiamare fuori dalle correnti della moda, quasi a voler restare il più “neutrale” possibile.

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A sinistra: Nicole Decanini. A destra: Yueying Xiao

«I was a liberated woman long before there was a name for it», questo diceva di sé Peggy Guggenheim, curatrice, mecenate e collezionista, la prima ad aver esposto le opere di Kandinsky in Inghilterra, ad aver scoperto l’arte di Pollock e ad aver fatto conoscere al pubblico le opere astratte, cubiste, surrealiste e dadaiste dei suoi stessi amici, svolgendo un ruolo chiave nello sviluppo del primo movimento artistico newyorkese, e quindi americano, di rilievo internazionale. Inevitabile che lo stile di questa donna coraggiosa e indipendente, appassionata di arte ed estremamente moderna, ne rispecchiasse appieno la personalità. I suoi occhiali da sole a farfalla, disegnati personalmente per lei dall’artista americano Edward Melcarth, suo amico personale, e ancora oggi riproposti annualmente da Safilo, sono il simbolo del suo approccio all’esistenza, coraggiosi e trasgressivi già negli anni Cinquanta, praticamente un emblema di libertà ed emancipazione femminile oltre che di dedizione alla bellezza della forma.

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A sinistra: Hsiao-Ju Ko. A destra: Yuan Zhang

Occhiali rotondi dalla montatura molto marcata, uniti ad un completo doppiopetto e all’immancabile papillon: si può dire che di punti fermi Charles-Edouard Jeanneret-Gris, per tutti Le Corbusier, non ne avesse soltanto nella teoria architettonica. L’idea su cui ha basato tutto il suo lavoro, assolutamente rivoluzionaria per l’epoca, per cui centri abitati e singole abitazioni dovessero essere proiezioni delle proporzioni umane, funzionali e finalizzati allo sviluppo delle capacità umane, facendo del rinnovamento architettonico la base per un’effettiva giustizia sociale, trova in un certo senso riscontro anche nel suo stile, sobrio ma deciso, dove ogni singolo accessorio risalta e si fa notare pur nella semplicità della forma.

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Lars Niklas Jonsson

Simili agli occhiali di Le Corbusier, quelli di Andrea Branzi, che da decenni anni alterna l’attività progettuale a quella teorica, didattica e soprattutto di ricerca e sperimentazione (anzi, ha dichiarato che architettura e design gli interessano «molto poco» e solo in quanto funzionali a comprendere «la storia umana e quindi con essa l’economia sociale»). In effetti, il suo stile è esattamente quello che ci si aspetta un professore universitario, quale è per il Politecnico di Milano, sobrio e distinto, con dolcevita neri, giacche di velluto a coste e quegli occhiali rotondi, che siano neri o in tartaruga chiara, con astine in metallo sottile o nel medesimo acetato della montatura.

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A sinistra: Hsiao-Ju Ko. A destra: Hui-Mei Chiu

Schiva, timida, iperprolifica e dallo stile rigoroso, vagamente maschile (non a caso soleva dire che l’architettura è un mestiere da uomini ma lei ha sempre fatto finta di nulla), Gae Aulenti amava nascondersi dietri grandi occhiali rotondi, raramente rossi, quasi sempre neri. Milanese d’adozione, ha lavorato in Giappone, Francia, Argentina, Spagna, come architetto, interior designer e anche come scenografa per Luca Ronconi, sviluppando la convinzione che lo stile necessitasse sempre di una contestualizzazione, in linea con il recupero e le possibilità offerte dal passato dei luoghi, architettonico e non solo: la progettazione era sempre preceduta da un attento lavoro di analisi, non solo urbanistica, ma anche letteraria e filosofica.

E se la Aulenti conservava nel suo stile un rigore quasi maschile, Yves Saint Laurent ha fatto esattamente il contrario, facendo quello che nessuno aveva ancora osato fare: mettere lo smoking alle donne, per esempio. Privato della durezza maschile, rivisitato e reso femminile come nessuno scollo o spacco sarà mai, oltre che tremendamente chic, l’universo dell’abbigliamento da uomo acquisisce con Saint Laurent una morbidezza e una sensualità difficilmente eguagliabili: oltre agli smoking, anche tailleur, blazer, sahariane sembrano improvvisamente fatti per essere portati dalle donne.

Eleganza e leggerezza fanno parte anche del suo stile personale e gli occhiali che ha portato per tutta la vita, spessi ed importanti specialmente sul nasello, per minimizzare tanto la timidezza quanto la lunghezza del naso, pur essendo di forma quasi sempre rettangolare non erano mai spigolosi o realmente squadrati, ma al contrario perfettamente armonizzati alle linee del suo viso.

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