Doppia intervista a Maria Luisa Frisa e Stefano Tonchi

Italiana, a Palazzo Reale. La parola ai 2 curatori della mostra di moda di cui tutti parlano

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Foto FRANCESCO DE LUCA, STEFANO TONCHI, STEVEN KLEIN

A Palazzo Reale a Milano è in corso la mostra Italiana - L’Italia vista dalla moda 1971-2001. Dalla sua inaugurazione lo scorso febbraio, durante la Settimana della Moda, la mostra non ha mai smesso di essere al centro dell’attenzione della città grazie all’interesse sia degli addetti ai lavori che di appassionati di moda. Ne abbiamo parlato con i due curatori: Maria Luisa Frisa, Direttore del Corso di laurea in Design della moda e Arti Multimediali allo Iuav di Venezia, Critico e Fashion Curator tra i più autorevoli del campo, nonché Presidente di MISA, Associazione Italiana degli Studi di Moda, e Stefano Tonchi, Direttore di W Magazine a New York, onore italiano della moda e del giornalismo nel mondo.

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La mostra Italiana è stata ormai più volte presentata e approfondita, ma forse rimetterei al centro il sottotitolo: L’Italia vista dalla moda, che dà una chiave di lettura specifica. Come è questa Italia vista dalla moda tra il 1971 e il 2001?

MLF: Intanto c’è una parola come Italiana che viene usata non più come aggettivo ma come sostantivo, cosa che di solito in Italia non facciamo mai. Significa dare definizione e importanza a una serie di azioni e di qualità italiane. Poi c'è L’Italia vista dalla moda, che serve a far capire che si tratta di una mostra. Una mostra che vuol dare alla moda il giusto valore all’interno di un sistema, un valore che è culturale ma che è anche un osservatorio privilegiato sulla società. In più è una citazione: la trasformazione dell’episodio diretto da Pier Paolo Pasolini La Terra vista dalla luna all’interno del film Le Streghe, del 1967, il cui titolo originale era L’Italia vista dalla luna. Né io né Stefano siamo degli storici, e quindi è la nostra visione di questo momento che ha messo insieme una serie di oggetti e li ha messi insieme nella mostra. Non è la nostalgia di qualcosa che non c’è, ma la bellissima storia che è la base di tutto quello che sta accadendo adesso. La moda è l’unico sistema che lavora sempre sul suo passato innovandosi continuamente. E questa è la chiave della mostra.

ST: Non volevamo fare una mostra storica, ma critica, non un percorso cronologico, ma per temi, evidenziando quelli che sono rilevanti in questo momento. Abbiamo parlato di Identità, Democrazia, Globalizzazione. Abbiamo raccontato questa storia della moda italiana dal punto di vista del presente, non semplicemente come una narrazione del passato. Identità è uno dei temi principali della moda di adesso su cui tutti riflettono: unisex, gender fluidity, a-gender. C'è anche la questione della posizione della donna nella società e come questa si rispecchi nel modo in cui si veste. È un grande tema che la moda italiana ha affrontato, da Walter Albini a Giorgio Armani, da Gucci a Costume National, che abbiamo messo al centro della nostra riflessione e che è molto, molto presente anche nella conversazione contemporanea. Lo stesso vale per i temi della democrazia, della logomania, del lusso per tutti, vero o meno, della sopravvivenza delle tradizioni in un mondo che è sempre più globale.

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Milano città della moda. Come sta reagendo alla mostra?

MLF: Io vivo a Venezia e quindi non ho il polso sulla situazione a Milano, so però di molte persone che ne scrivono e parlano. Io stessa ricevo molti messaggi, quindi credo che fosse il momento giusto per fare una mostra del genere. E devo dire subito una cosa, che abbiamo trovato da parte di tutti una disponibilità incredibile, sia da parte dei singoli autori e aziende, ma anche dalla fondazioni, dai musei, tutti hanno dato la più totale disponibilità per i loro prestiti. E questo è stato molto bello. Era come se tutti avessero una gran voglia di unirsi e mostrare il proprio lavoro.

ST: Penso che anche le persone che sono state critiche nei confronti della mostra abbiano apprezzato l’idea di un racconto sulla moda italiana che ne riunisca e celebri l’identità riconoscendone pregi e difetti, mettendo in evidenza qualità che sono uniche. Come l’idea di un sistema industriale coordinato, che va dalla filiera del tessuto al prodotto finito fino alla distribuzione, nonché la grande versatilità e velocità nell’adattarsi e rispondere ai cambiamenti sociali offrendo risposte che sono industriali e non del sarto o della sartoria. Gli stilisti italiani rispondono ai grandi cambiamenti sociali in modo molto diffuso e industriale.

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Chi avevate in mente come pubblico?

MLF: La mostra doveva essere comprensibile, avere la qualità di piacere sia a un pubblico più smaliziato, che conosce la moda e magari si ricorda anche degli abiti esposti, che addirittura può avere indossato o avere ancora nell’armadio, ma anche a un pubblico generalista, che non conosce per esempio la storia di Armani. Per me le mostre devono essere un modo diretto di raccontare una storia con oggetti tridimensionali, un dispositivo che deve essere capace di piacere a un pubblico molto variegato. Devono affascinare, far capire che dietro c’è un ragionamento anche se, come spesso accade, non tutti conoscono la moda o l’arte.

ST: Penso che i vestiti siano un ottimo punto di ingresso per tutti. Tutti li capiscono e se ne possono innamorare. Poi però, e nella mostra è così, esistono ulteriori livelli. Sono sicuro che molti andranno a vedere la mostra Italiana perché amano la moda, una moda fatta di vestiti, della loro manifattura, dei ricami, o delle forme. E qui ci si ferma alla prima riflessione. Qualcun altro invece approfondirà un po’ di più, facendo anche delle associazioni con le opere d’arte che abbiamo inserito e appeso alle pareti.

La mostra, appunto, è ricca di stimoli d’arte, da Michelangelo Pistoletto, Alighiero Boetti, Maurizio Cattelan fino a Francesco Vezzoli. Non tutti, però, riusciamo magari a coglierne appieno i collegamenti.

MLF: Allora io teorizzo che a volte il fatto di non capire può essere un incitamento a cercare di capire. Non si deve sempre comprendere tutto, non si deve però dire “ah non mi piace, perché non capisco”, a volte bisogna anche lasciarsi prendere dalla bellezza di una cosa, come quando ascolti un brano musicale e ti chiedi cos’è. Tu guardi un’opera, anche se non sai di che è chi sono Vanessa Beecroft o Pistoletto, però la guardi, hai una didascalia che ti dice l’autore e magari ti viene voglia di andare a scoprire e approfondire l’artista.

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ST: Noi abbiamo cercato di ricreare delle atmosfere, di inquadrare i temi a 360° facendo capire come, per esempio, quello dell’Identità fosse svolto in modi diversi anche dagli artisti. Le opere d'arte inserite nella mostra sono delle suggestioni, dei messaggi subliminali. Non volevamo essere letterali ma far vedere piuttosto come la moda e l’arte lavorino sullo stesso concetto, evitando deliberatamente quel tipo di collegamenti più immediati basati sul colore o sugli effetti. Sono più delle associazioni mentali, elettive ed estetiche: nella stanza Bazar, per esempio, ci piaceva l’idea di Gino De Dominicis che è attratto, un po’ come gli stilisti, dal mistero dell’Africa e delle maschere. Ci piace poi che le persone escano dalla mostra con lo spazio per l’approfondimento, penso sia sempre utile lasciare delle domande irrisolte. Tra le altre opere d’arte della mostra mi piace citare il lavoro di Alighiero Boetti, che poi sono tutte le copertine di un’edicola del 1983. È un lavoro bellissimo sulla democratizzazione della moda e su come il pubblico più vasto la tocchi non tanto attraverso i vestiti, o il momento della sfilata, ma attraverso la comunicazione e soprattutto le pubblicità. Quando pensi ai manifesti di Armani nelle metropolitane di Milano, capisci che è anche così che la gente sperimenta la moda e ne viene a conoscenza. Non è solo nel vestirsi o nel grande magazzino.

Perché in Italia si sta incominciando solo adesso a “metterci in mostra”, a valorizzare e raccontare il nostro ricco patrimonio e contributo nella storia della moda? Penso solo al precedente caso di The Glamour of Italian Fashion Since 1945, tra l’altro al Victoria & Albert di Londra.

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MLF: L’Italia non ha mai dato, o solo molto poco, valore alla cultura della moda perché non c’è un’istituzione né c’è un museo nazionale della moda italiana. A Londra hanno il V&A, a Parigi c’è il Galliera, ma anche il Musée des Arts Décoratifs, in Italia, invece, non c’è una struttura analoga che ha come mission la promozione della moda del proprio paese. Penso anche al MoMU di Anversa. Questo ci arretra; manca una riflessione su che cosa voglia dire fare una mostra di moda. Io sono l’unica in Italia che, all’interno della Laurea Magistrale dello Iuav, promuove un corso che si chiama “Pratica Curatoriale dalla moda”. La collega e amica Judith Clark, Direttore del corso Curating al London College of Fashion, è venuta all’inaugurazione di Italiana e mi ha detto una cosa molto bella: secondo lei questa mostra cambierà radicalmente il punto di vista che all’estero hanno sulla moda italiana, dandole finalmente più importanza come fatto culturale. A Londra c’è un atteggiamento molto diverso, il V&A ha creato una straordinaria collezione e fa mostre di moda dal 1961. Noi dobbiamo recuperare il tempo perduto.

ST: La moda, in Italia, è talmente parte dell’immaginario collettivo che è strano che non se ne faccia una narrazione un pochino più accurata, che non ci siano istituzioni o musei, che non ci sia ancora nessuna storicizzazione. La nostra speranza è che questa mostra sia il punto di partenza di una conversazione, che sia lo stimolo per tante altre mostre che vogliano riflettere sulla moda italiana e sui vari temi. In qualche modo, questa mostra, almeno per noi, è una sorta di sommario e di spunti di tante possibili mostre. Se ne potrebbe benissimo realizzare una solo sul tema dell’identità, o su quello del Design radicale applicato alla moda.

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Italiana andrà all’estero?

MLF: L’intenzione c’è, ci sono anche delle richieste. Portare una mostra all’estero vuol dire però quasi rifarla da capo. Inoltre non tutti prestano gli oggetti per così tanti mesi. Comunque l’attenzione c’è e io mi auguro che Italiana possa girare e andare altrove come è avvenuto con la mostra Bellissima che ha avuto successo anche all’estero .

ST: Sicuramente sarebbe interessante se questa storia della moda italiana arrivasse a un pubblico più ampio e anche internazionale. Abbiamo sempre pensato che Italiana potesse riscuotere un certo interesse anche fuori dall'Italia. Del resto il primo capitolo, che è stato la mostra Bellissima, ha viaggiato in Florida e a Bruxelles.

Una stanza in particolare: quale ci consigliate?

MLF: Ognuno deve lasciarsi trasportare, soffermarsi dove preferisce. Secondo me una stanza molto bella, perché è meno scontata, è quella del design radicale, Project Room, dove ci sono Nanni Strada, Archizoom, etc.

ST: Dico la prima stanza, quella dell’Identità, perché riflette su un tema così moderno, contemporaneo, e poi la stanza con Giulio Paolini, con l’idea della classicità e della relazione tra passato e presente, l’attraversamento di luoghi e tempi. È la mente postmoderna, l’idea dell’utilizzo in un modo completamente nuovo di elementi che vengono da epoche e luoghi diversi, ricontestualizzati e con una nuova vita e un nuovo senso, il che è molto contemporaneo.

Cosa vi augurate che il pubblico porti con sé all’uscita?

MLF: Io credo, e spero, che la gente uscendo, dica “guarda come siamo bravi, guarda che belle cose siamo capaci di fare, guarda come la storia della moda è stata importante nella storia del nostro Paese”. Ecco, io mi auguro questo.

ST: Io direi molta curiosità. Di continuare questa ricerca e di dire “ah vorrei sapere di più”. Mi piacerebbe che il pubblico si ponesse una serie di domande alle quali trovare delle risposte; che lo spettatore non sia del tutto soddisfatto, ma che sia in qualche modo quasi sfidato, stimolato a saperne di più.

In apertura: MARIA LUISA FRISA FOTOGRAFATA DA FRANCESCO DE LUCA E STEFANO TONCHI IN UN RITRATTO DI STEVEN KLEIN

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