La vera storia di Peter Ghyczy, famoso soprattutto per una sedia

Alla (ri)scoperta di instancabile inventore, sua la Garden Egg Chair che ha segnato gli anni 70. A Bruxelles una mostra lo celebra ed è in arrivo a Milano al Salone del Mobile

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Peter Ghyczy oggi non solo celebra i 50 anni della sua Garden Egg Chair, o più semplicemente chiamata e conosciuta come Egg Chair, ma anche il nuovo corso sulle scene e sul mercato internazionali del suo omonimo marchio di arredamento Ghyczy.

Ungherese d’origine, tedesco - e cosmopolita - per adozione e attitudine, Ghyczy (pronuncia Ghizi) è l’outsider del design moderno, inventore instancabile con una magnifica ossessione: la funzione.

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Dagli anni '70 ha scritto un capitolo della storia del design inteso appunto prima di tutto come funzione, che oggi, in l’occasione dei 50 anni della Egg Chair, viene approfondito e raccontato con una serie di celebrazioni e attività, da una mostra a Bruxelles, una nuova monografia fresca di stampa e la presenza, ancora top secret, alla Milano Design Week di aprile.

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Nato a Budapest nel 1940, Ghyczy lascia l’Ungheria Staliniana a 16 anni per trasferirsi con la madre, il fratello e il nuovo compagno della mamma in Germania, vicino a Bonn (il padre muore durante l’invasione dell’Armata Russa nel ’45).

Classi di scultura all'Accademia d'Arte a Düsseldorf, ma poi imbocca architettura presso l’Aachen University, il lavoro come assistente del Professor Rudolph Steinbach, un progetto UNESCO in Egitto e un’esperienza per un complesso di torri nelle periferie di Parigi.

Il ’68: l'anno della Garden Egg Chair. Peter Ghyczy diviene consulente responsabile sviluppo arredi in poliuretano dell’azienda tedesca Reuter di Lemförde: ed è allora che progetta la Egg Chair, che irrompe sulla scena del design e nella vita quotidiana di molte famiglie del Nord Europa, divenendo icona non solo delle case di quegli anni ma della storia del design (è parte della collezione permanente del V&A di Londra e di altri musei e tra i suoi collezionisti ed estimatori ha Karl Lagerfeld, Frida Giannini, Lisa Perry, la famiglia Osbourne, Dave Stewart degli Eurythmics e Tom Dixon).

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Ghyczy sviluppa innovazione e design per svariati brand, tra cui Vitra, ma subito ha l’intuizione di creare il proprio marchio, per procedere "a modo suo".

Per la prima oggi si ripercorre e dimostra tutto il pensiero del suo lavoro, con la mostra, curata da Kunty Moureau, ‘Peter Ghyczy: 50 Years of Functionalism” all’ADAM-Il Design Museum di Bruxelles (foto sopra). La raffinatezza della funzione prima di tutto, e sempre un qualcosa in più, una sorpresa, la complicazione dell’oggetto, spesso la sua multifunzionalità, ma sempre risolta con soluzioni pratiche e semplici all’uso.

Christophe Licoppe
Christophe Licoppe

“Non sono soddisfatto - dice - quando è troppo ovvio e banale. Disegno cercando di trovare soluzioni inaspettate, solo allora sono soddisfatto. Devo risolvere i problemi da solo, sono abbastanza ossessionato, l’ho sempre fatto: fin da giovane, a scuola, per poter comunicare con i compagni, ho dovuto imparare una nuova lingua”.

Ed ecco la Garden Egg Chair, iconica sedia in poliuretano che si apre e si chiude: “Non era una questione di forma, non sono partito dalla visione di una forma, ma dal concetto di esterno e di un interno protetto. Da lì ho iniziato a fare degli schizzi e realizzare dei prototipi finché si è visualizzato un uovo: sapevo la funzione che volevo, ma la forma è venuta dopo. Eravamo nel pieno dell’esplosione dell’uso della plastica e dei colori nell’arredamento, il rosso, il verde, l’arancione. Il mio modello originario era bianco, come l’uovo, e il colore doveva essere dentro, così quando l’aprivi trovavi un tocco sorprendente, ma non giallo, sarebbe stato troppo ovvio” .

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Il dettaglio al centro del pensiero di Ghyczy, come le parti possono stare insieme: “Per me è il primo passo, parto sempre da come i vari pezzi si connettono. Cosa posso fare con questa soluzione? Una sedia, un tavolo. Non inizio dal materiale o dalla forma, ma dai dettagli tecnici, come posso realizzare soluzioni tecniche affidabili, e possibili variazioni, per connettere il legno con il metallo. Ho studiato architettura, sono sempre stato interessato al ‘Come si fa’, fin dai tempi dell’università sono affascinato dai dettagli tecnici”.

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Non solo inventore e studioso indefesso, ma anche imprenditore: già nel ’72 la lungimiranza di creare il proprio brand “Ghyczy + Co. Design”, oggi “Ghyczy”, per l’autoproduzione di collezioni d’arredo (i primi pezzi realizzati in alluminio e ottone).

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Oggi Ghyczy vive immerso nella natura di Beesel nei Paesi Bassi, e nella concentrazione e passione del suo lavoro e della sua famiglia. Taccuino e matita alla mano, tutti i giorni si reca in azienda, nel vicino paese di Swalmen, incessantemente con il pensiero a un’idea, a un soluzione (e, quando il tempo lo permette, accende ancora la sua storica Kawasaki).

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Sguardo sempre molto concentrato e vispo, e l’elasticità di una mente abituata a studiare e conoscere, capace di adattarsi e appassionarsi a nuove lingue e culture (arrivato in Germani nel '56, ha imparato da solo il tedesco con il dizionario e quando lo incontriamo a casa a Beesel sul tavolo ha “Amore mio infinito” di Aldo Nove, in italiano!).

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“Le idee sono nella mia testa, talvolta sono già chiare, devo metterle su carta, credo sia come per la musica. A volte non riesco a farle uscire, magari mi ronzano in testa per anni, tutto è lì, dietro una tenda e io devo solo aiutare la mia visione a uscire. Ho bisogno di isolamento e concentrazione. Devo entrare in un certo stato d’animo, devo avere il giusto ambiente intorno”.

Il figlio Felix, al suo fianco nell’azienda, spiega: “Il filo rosso nel lavoro di mio padre è l’urgenza di disegnare un oggetto con un valore duraturo nel tempo. La sua opinione è che il mondo sia già pieno di prodotti, molti dei quali superflui. Il suo design è sostenibile, inteso non come economia circolare, ma come prodotto emozionalmente sostenibile, che diventa parte della tua vita. La patina e i graffi che prenderà dimostrano che ha vissuto appieno. Questo è possibile solo quando il prodotto è di alta qualità e fatto con materiali naturali, quando la sua costruzione è rigida e così resiste nel tempo”.

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Peter Ghyczy disegna così da più di 50 anni, volutamente lontano dalle mode e dal flusso, e dalle luci, del momento. E questo 2018 continuerà a diffonderne il pensiero e il lavoro e a celebrarlo (dopo Bruxelles, a maggio andrà in mostra al Kunstmuseen Krefeld). Intanto appuntamento ad aprile alla Milano alla Design Week e anche con un'edizione speciale Anniversario della Egg Chair: total black dentro e fuori, disponibile su ordinazione e solo per il 2018.

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